Confessioni di un Social Media Manager: Gabriele Persi
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Confessioni di un Social Media Manager: Gabriele Persi


Sara Zucchini / 05 Ottobre 2016

Come per ogni rito di iniziazione che si rispetti, dalle Confessioni non ci si può esimere. Lo sanno bene i docenti di Dolab School che da quest’anno sono chiamati a rispondere ad alcune domande, professionali ma anche personali, riguardo al loro rapporto con il Digital. Oggi è il turno di un’altra new entry, Gabriele Persi, Social Media Manager e Communication Specialist di AREA Science Park, il Parco Scientifico e Tecnologico di Trieste. Gabriele terrà il corso di 8 ore “Twitter per il business“, in calendario per sabato 15 ottobre.

 

Ciao Gabriele, benvenuto a DoLab School!

Ciao Sara, grazie!

La prima cosa che voglio chiederti è di parlarmi del tuo rapporto personale con i social. Inizia col dirmi qual è il tuo preferito.

Che domande! Twitter, sicuramente. E il motivo è molto semplice: qui segui qualcuno per quello che dice, non per chi è. Hai le news in anteprima e ti relazioni direttamente con un target che non è presente in modo strutturato su Facebook. Ma il vero segreto sono i famosi 140 caratteri.

C’è da sperare che non mantengano la promessa di eliminare il limite e che decidano di rimanere fedeli alla linea?

Sì, alcuni considerano quella limitazione come un vincolo, io come l’opportunità di usare continuamente il cervello. (Vi prego, manteneteli!).

Twitter è il social che più pretende prontezza di riflessi ma non ci si può affidare all’improvvisazione.

È vero: Twitter è il re del real time marketing e senza un buon piano d’emergenza (si dice “piano di comunicazione di crisi“) non si va da nessuna parte. Ma è anche vero che Twitter è anche il social che pretende una maggior comprensione dell’ambiente dove stiamo operando, ed è proprio per quello che viene usato poco (e male).

In uno dei tuoi interventi su YouTube fai una metafora molto interessante tra la dinamica del primo bacio e il marketing sui social. Ti va di riassumerla?

Era una sera invernale, ero stanchissimo. Stavo vedendo un film dove Will Smith cercava di insegnare a un tizio come conquistare una donna.

Hitch?

Esatto. La strategia era interessante: per ottenere il famoso primo bacio, bisognava farselo dare, creare le condizioni per riceverlo. Il parallelo con il marketing è calzante: promuovere qualcosa a qualcuno diventa l’ultimo step di un processo strutturato: ascolto, relazione, “corteggiamento”, cocreazione di ricordi, esperienze, storie. Insomma: se fai bene il 90% del percorso, gli ultimi 10 centimetri “prima del bacio” li copre l’altra persona.

 

Quindi, dentro la metafora, chi rappresenta il brand non dovrebbe fare tutto da solo per non risultare inefficace (e molesto).

E invece molti brand (sia online che offline) si comportano proprio così: come degli stalker autoreferenziali.

Ho notato che usi spesso il vocabolario del flirt, delle relazioni, dell’amore per parlare di comunicazione.

Sai che non ci avevo mai pensato? È vero e non credo dipenda solo dal fatto che amo questo mondo.

Quindi non è casuale?

Credo che in un contesto dove il rumore di fondo generato dalla promozione dei brand risulta per lo più irritante (oltre che inutile), la differenza la facciano quelle aziende che capiscono che la relazione con il cliente, appunto, è una relazione a doppio senso. Anzi, potrei spingermi a definire il “donare” o il “donarsi” uno dei veri segreti del marketing.

Domanda da un milione di dollari: come si conquista la fiducia degli utenti tramite i social?

Quando un giorno mi hanno fatto la stessa domanda a un corso, ho avuto l’esigenza di sintetizzare e mi è uscita “la teoria delle 3 S”: (essere) se stessi, sintonia, sincerità.

Che cosa intendi?

È una teoria con i suoi limiti, ovviamente, ma riassume 3 aspetti che considero fondamentali:

  1. coerenza fra l’identità che emerge dai social e i veri valori del brand
  2. approccio legato all’ascolto reale e all’avvio di una relazione basata sulla soddisfazione delle esigenze del target
  3. totale trasparenza, anche quando non ci conviene

 

Quali sono gli atteggiamenti che dovrebbe tenere un comunicatore che voglia creare una community di utenti affezionati?

Facile: dovrebbe individuare i valori che vuole rappresentare e parlare di quelli. È impossibile creare una comunità attorno a una marca, a meno che non sia Coca Cola o Nike. Il trucco sta nel trovare un tema o un problema sentito da una fetta di pubblico e porsi come punto di riferimento (da risolvere o rappresentare con la tua azienda).

E che cosa dovrebbe risparmiarsi?

Di parlare soltanto del proprio brand. Quello funziona malissimo.

Cambiamo argomento e parliamo di passaggio al digitale. È un salto sempre consigliabile?

No. Non è per nulla consigliabile in tutti i casi. Ho visto aziende dilapidare un tesoro investendo sul digitale in due modi profondamente sbagliati: pensando che il sito sia una brochure (elettronica) e ritenendo i social un canale di promozione organica.

Con quale obiettivo fondamentale, allora, un brand decide di digitalizzarsi?

L’unico obiettivo dovrebbe essere quello di fare business utilizzando le peculiarità della rete, fra cui l’assenza di vincoli di tempo e spazio.

In un articolo attacchi con un incipit molto suggestivo, scrivi: “Per comunicare l’innovazione bisogna innovare la comunicazione”. Che cosa dobbiamo fare per rinnovare la comunicazione?

Spesso pensiamo che per innovare siano necessarie tecnologie di ultima generazione: 3D, video immersivi 360, ecc. Io credo invece che gli strumenti vengano dopo un’innovazione culturale, un cambio di approccio: le campagne più efficaci che ho visto nascere sono state basate sull’ascolto dei clienti o sul silenzio come forma di espressione (che dava spazio al target).

Qual è il rapporto che sussiste tra online e offline, oggi? L’approccio digitale ha sempre come obiettivo finale l’incontro con il cliente?

In ultima battuta, sì: l’incontro con il cliente è sempre l’obiettivo finale. Ma la riflessione si concentra sulle modalità di ottimizzazione dell’esperienza del cliente su tutti i touch point della customer journey. E qui l’unica risposta è: integrazione totale fra online e offline.
Le iscrizioni al corso sono già aperte: consulta il programma e contattaci dal sito o direttamente all’indirizzo info@dolabschool.com.
Sara Zucchini
DoLab Team